Ricordo di Italo Falcomatà
Abbiamo tutti, davanti agli occhi,
le immagini dei vari momenti che sono seguiti all’annuncio della morte del
Sindaco di Reggio Calabria, Italo Falcomatà. Dalla veglia nell’aula consiliare
di Palazzo San Giorgio, al suo funerale in Duomo, dai vari “pellegrinaggi” che hanno rappresentato
lo spostamento delle sue spoglie da un punto all’altro della città, è balzato
evidente, ove ce ne fosse stato bisogno, l’amore dei suoi concittadini, che
hanno voluto manifestargli plebiscitariamente il loro affetto e, al tempo
stesso, ringraziarlo per quanto aveva fatto per la loro città alla quale, con
fine fiuto, altrettanto plebiscitariamente lo avevano da poco riconfermato
Sindaco.
Qui, però, su queste pagine, che,
asciuttamente rievocano nomi, avvenimenti, episodi, che hanno caratterizzato,
nel tempo, la vita del Panella, la nostra Scuola, voglio rievocare la figura
non del politico Italo Falcomatà, ma del professore Italo Falcomatà, professore
di belle lettere, come lui amava definirsi, con un pizzico d’ironia, dal
momento che la Scuola in cui insegnava aveva un indirizzo prevalentemente
tecnico, che poco spazio lasciava a quelle lettere, in cui lui era, veramente,
maestro.
Ci eravamo, occasionalmente,
conosciuti a Firenze. Io, fiorentino, che di lontano avevo vissuto lo scempio
dell’alluvione del 1966, in cui l’Arno s’era fatto letto della città, mi
ritrovavo e aggiravo per i vari rioni disastrati, con l’animo desolato del
padrone di casa, che ha avuto l’appartamento devastato da una razzia rovinosa;
lui, reggino, che vi era arrivato per mettere a disposizione la sua competenza
nel campo della bibliografia, di cui era studioso, fresco d’anni, di studi,
d’entusiasmo. L’averlo visto allora, in una maschera di fango untuoso, carico di
libri preziosi della Biblioteca Nazionale da mettere in salvo, e ridotti in uno
stato da farne dubitare ogni e qualsiasi possibilità di futuro recupero, me lo
aveva reso particolarmente caro, per cui, quando giunse al Panella, fu come
aver ritrovato una parte di quell’intensa emozione allora vissuta, che aveva
associato la sua presenza e quella sua meravigliosa dedizione, alla mia
speranza di rinascita della città.
La nostra scuola viveva in quel
periodo una fase di crescita improvvisa e frenetica, con continui aumenti di
classi. Il tradizionale serbatoio di raccolta dei giovani, praticamente
coincidente con il perimetro del centro cittadino, si era enormemente dilatato,
coinvolgendo, con la migliorata offerta della mobilità generale, quasi tutta la
provincia. Venivano a contatto quindi, nelle varie classi, realtà sociali
nuove, spesso antagoniste, quanto meno eterogenee, con comportamenti dei
singoli dalla difficile interpretazione, a volte assai in contrasto con gli
schemi tradizionali.
Attento a questi cambiamenti,
Italo Falcomatà sapeva anticiparne l’evoluzione, adeguando l’insegnamento,
modellandolo sugli allievi, seguendo il percorso culturale di ognuno e cercando
di farne emergere, prima di ogni altra caratterizzazione, il futuro cittadino.
Io, titolare di una materia specialistica, che difficilmente consentiva di
acquisire notizie sull’ambiente di vita dei ragazzi, specialmente di quelli che
venivano indicati come i più difficili, avevo preso l’abitudine di rivolgermi a
lui per avere chiarimenti e indicazioni utili a comprendere, soprattutto, la
psicologia dei giovani. Ne era nato uno scambio continuo di informazioni
preziose, volte non solo alla comprensione dei comportamenti degli allievi e
delle loro problematiche, ma anche alla realtà della loro crescita umana
nell’ambito familiare, da cui spesso quelle realtà traevano origine. Accadeva a
volte che genitori dei nostri ragazzi, assorbiti e distratti dai loro impegni
di lavoro, disertassero ripetutamente i “colloqui” che la Scuola organizzava
per incontrarli. Ove la necessità di un incontro si fosse resa necessaria e
urgente, non tanto ai fini di un recupero di profitto, pur sempre importante,
ma alla luce di situazioni esistenziali, che solo la famiglia era in grado
d’affrontare o che comunque la Scuola, da sola, non poteva gestire, ecco che il
Prof. Falcomatà si faceva pellegrino ed andava ad incontrare a casa la
famiglia. Erano ragazzi di cui entrambi eravamo insegnanti, per cui
lui mi associava spesso alla
spedizione: quello che sempre mi meravigliava era il suo modo di affrontare
argomenti anche molto delicati, con tratto fine, moderato, di approccio quasi
naturale, per cui era del tutto spontaneo il coinvolgimento della famiglia e la
ricerca comune delle soluzioni più adeguate.
Il conforto del successo
conseguito con questa semplice terapia era quanto di più pagante si potesse
avere, a fronte, a volte, dei notevoli disagi affrontati per raggiungere quei
nuclei familiari, spesso molto dispersi sul territorio, talora in vere e
proprie località impervie.
Questo il Prof. Italo Falcomatà
che ho conosciuto e che ricordo con profondo affetto.
Il Panella ne onorerà sempre il
ricordo, l’insegnamento, l’esempio di vita.